Liguria, 15 dicembre 2015. Ricordi.

La sveglia suonò alle sette.
L’inverno del 2015 in Liguria, sebbene in una regione di mare a clima temperato, era stato molto rigido. I colori pallidi dell’alba filtravano dalle finestre disegnando sui muri tante piccole sbarre stilizzate. Sono la prima percezione di quello che sarà la giornata: un giorno di sole riscalda l’animo oltre che il corpo e la tentazione di rimanere sotto il piumino a volte è superiore alla determinazione di alzarsi, contraendo il corpo per non disperdere il tepore accumulato nella notte.
Le luci del mattino erano solo un momento di eccezione.
Apro la finestra e di nuovo scopro che oggi sarà un’altra giornata di pioggia. Il cielo grigio rende i colori opachi, pallidi, quasi in bianco e nero. Si percepisce un’umidità gelida che attraversa le narici e una coltre di fitta nebbiolina sale dal bosco che abbiamo vicino a casa posandosi anche sul davanzale come fosse una pioggia di gocce finissime trasportate dal vento.
Io e Cristina amiamo il sole, le nostre generazioni hanno sempre sposato il sole con il mare. Connubbio perfetto per rilassarsi, per godere di due forze della natura che tutti i giorni, per due volte al giorno, si lasciano all’alba e riuniscono al tramonto.
Senza mare un ligure è orfano, come lo sarebbe un trentino senza la vista delle sue Dolomiti.
La mente corre agli impegni del giorno: accompagnare Christian a scuola trovando il modo più veloce per sbrinare i cristalli dell’auto, il traffico caotico del mattino, gli strati di vestiti da indossare, la tortura del contrasto tra caldo e freddo quando esci dalla doccia, il lavoro e gli impegni.
Da tempo ci siamo accorti che la gente intorno a noi è cambiata. In peggio. Sicuramente siamo cambiati anche noi. Sono sorti egoismi e diffidenze probabilmente legati più all’incertezza del domani che non a motivi caratteriali o legati ad un umore passeggero.
Un ultimo saluto a Christian che sta entrando a scuola, appena in tempo per scorgere il suo fiato trasformarsi in vapori di nebbia nella fredda mattinata di Gennaio.
Tornato a casa, il pensiero va alla cassetta delle lettere. Una volta gioivo nel trovare una cartolina illustrata spedita da Nizza da parte di Alberto: a lui fa sempre piacere farmi sapere che frequenta luoghi del “jet-set”. Ora invece, terminata l’era delle cartoline e la gioia di vedere un rettangolo di carta nella fessura, tremo all’idea che ci sia una multa, una contravvenzione, una convocazione all’ufficio postale per ritirare l’ennesima raccomandata di cui non sai né il contenuto né l’oggetto della stessa ma sai che comunque rappresenterà ore e ore di lavoro che si dissolveranno, magari a causa di un errore o di un adempimento ritardato, una nuova tassa, una bolletta di nuovo aumentata. Chissà.
Qualche volta abbiamo pensato di andarcene, immodestamente ci siamo posti il dubbio che questo Paese non ci meriti o meglio, forse noi non ci meritiamo questo Paese, perché non è più quello della nostra gioventù. Si lavora per 14 ore al giorno, la nostra ultima vacanza è stata quattro estati fa ma alla fine si finisce dal commercialista e, come in un gioco dell’oca beffardo e sadico, se ne esce scoprendo che per sei mesi hai lavorato per le tasse.
Però, dico io, se paghi tante tasse vuol dire che guadagni bene e sicuramente i soldi che cedi allo Stato si tramuteranno in migliori servizi, soprattutto quelli sanitari, i trasporti, la pulizia delle strade, ecc. Ma non è così da un pezzo.
Questa volta la cassetta delle lettere è vuota e vuol dire che la giornata è iniziata bene nonostante la pioggia gelida che ora batte forte ed i venti che spingono contro i vetri.
A dire il vero avevamo già provato a fare un’indagine su un posto diverso dove vivere. Avevamo scelto la Svizzera, forse perché il rosso della sua bandiera ed il pensiero del verde dei suoi immensi prati ci ricordava i colori dell’Italia. Forse. In fondo si rimane sempre legati al subconscio di sensazioni elementari come i colori. Abbiamo provato ad immaginarci a Lugano, a Zurigo, in qualche ridente cittadina su un lago, in un romantico ristorante di Lucerna, lungo il Reno a Basilea. Tutto bello. Tutto perfetto. Troppo.
E il mare dov’è? Possiamo anche dimenticarcene o viverlo in una vacanza ma non puoi toglierlo dalle tue piccole certezze che tutte insieme rappresentano la tua quotidianità. E poi fa freddo, tanto freddo. Oggi a Bellinzona ci sono 5 gradi sottozero e la nebbiolina del mattino della nostra Liguria è nulla in confronto ai nostri piedi che non hanno alcuna intenzione di riscaldardi passeggiando su una gelida rugiada.
Insomma, la Svizzera agli svizzeri. Siamo italiani, abbiamo un carattere che ci divide: estro contro pragmaticità, buon cibo contro raclette, si vabbè il cioccolato. Però mica basta il cioccolato a darti quell’energia per smuovere le tue radici.
Già, le radici. Quella cosa che ti fa dire “io da qui non vado più via” anche se sai bene, in cuor tuo, che qui non ci stai più bene, che tutto è cambiato, che i tuoi figli non sono tutto sommato felici perché non possono costruirsi un futuro in base ai loro meriti.
Ti immagini se decidessimo di mollare tutto e trasferirci per davvero? Cristina mi gela con uno sguardo ma si vede che nel suo subconscio un semaforo è diventato verde. Lo ammetto, non siamo mai stati veri patrioti. L’idea di cantare l’inno di Mameli con la voglia di cambiare le cose per il nostro Paese non è mai passata dalle nostre menti. Ti rendi conto che potresti combattere solo se avessi armi pari, se vivessi in una vera democrazia: per carità, lo Stato da te pretende e non da. Entri in un loop infinito dove il tuo quotidiano è fatto di difese: difesa del tuo patrimonio, difesa dei tuoi confini, difesa della tua famiglia e preoccupazione per una delinquenza sempre più dilagante.
Cristina, che è il vero motore della famiglia, mi dice con voce trionfale: “Guarda qui, andiamo alle Canarie” e mi va intravvedere, dallo schermo del suo PC, una famiglia felice che corre su una spiaggia campeggiata dalla scritta “Trasferirsi Alle Canarie”.
La cosa mi lascia sgomento. Ma dove diavolo sono le “Canarie”? Sì, ne ho sentito parlare da amici andati in vacanza a fare surf e parapendio ma potevano essere la Polinesia o le Antille, luoghi lontani, ideali per una vacanza a tutto sport ma certamente fuori da un contesto di vita quotidiano.
Christian ha un mappamondo che fa anche da luce notturna nella sua stanza. Al diavolo il computer, fammi vedere dove sono le “Canarie”. Minuti di interminabili contatti del dito a fare scorrere la sfera trovando di tutto, da sperdute ed innominabili località della Lapponia a città costruite sul deserto, da minuscole zolle di terra in mezzo all’oceano a… aspetta: ecco Gran Canaria: che buffa: sembra il musetto di un gatto. E poi Tenerife, Lanzarote ed altre ancora dove il nome è più lungo del disegno dell’isola. Ma questa è Africa e quello l’oceano atlantico! Ma chi mai vivrebbe lì?
Cristina sapeva il fatto suo. E’ una specie di investigatore, laddove trova un’indizio non molla, sviluppando tutta una serie di indagini a 360 gradi per individuare ogni possibile traccia per costruirsi un’idea globale ed accurata. Io, che non ho questa qualità ma compenso con il mio estro, mi aggiungo alle indagini ed alla fine il nostro sguardo complice ha determinato il nostro destino.
L’aereo è partito in orario. Non abbiamo tanti bagagli, in fondo è l’occasione di una vacanza che ci mancava da anni. Qualcosa era nell’aria qualcosa di davvero diverso. Tante volte abbiamo preso l’aereo e, nel vedere allontanarsi le zolle di terreno a perfette geometrie, il nostro pensiero era rivolto alle solite banalità: avremo chiuso i rubinetti? Hai dato due giri alla porta? Hai chiuso il gas? Ma stavolta no. Una sensazione strana che ha avvolto noi tre di cui nessuno sapeva spiegarla e nessuno ne voleva parlare con l’altro.
C’è qualcosa di strano nell’aria.
Quei minuscoli lembi di terra in mezzo all’Atlantico ora dal finestrino continuano ad essere sempre più grandi. Creature vulcaniche da un milione di anni che la natura ha modellato secondo il suo perfetto ordine fatto di caos ed impredevibilità. Spiaggie dorate all’orizzonte mischiate al nero della lava, un orizzonte sconfinato e la sensazione di spazio. Città con grattacieli ma anche piccoli paesi dove la vita si è fermata a cinquant’anni fa con gli abitanti immersi nelle loro tradizioni e nelle rughe scavate dal sole e dal lavoro.
Boschi di pini ed eucalipti a picco su veri e propri “canyon” scavati dalla lava degli scorsi millenni e non dai fiumi.
Sette giorni di scoperte meravigliose, avvolti in una natura primitiva di cui ti rendi conto di averne sempre fatto parte in quanto elemento di essa ma allo stesso tempo consci che non ci sarebbe mancato nulla, dalle comodità, allo shopping, ad internet, ad una sanità sicura ed efficiente, a tutta quella serie di piccoli vizi dei quali non puoi farne ormai più a meno, tantopiù che con l’età le esigenze si rafforzano ed i compromessi si allentano.
Nel viaggio di ritorno non abbiamo parlato molto. Abbiamo scattato migliaia di foto, girato ore di video ma nessuno aveva voglia di guardarli. E’ stato il più triste ritorno a casa della nostra vita. Qualcosa o qualcuno, di sicuro un’entità millenaria, ci stava richiamando e l’intensità di quella voce era così pesantemente assordante che qualsiasi pensiero differente veniva annientato.
Quel giorno l’atterraggio a Pisa fu lieve, quasi a completare un cerchio di eventi indimenticabili. Proprio allora tutti noi ci rendemmo conto che non c’era spazio nei nostri ricordi per quel carico di emozioni che avevamo vissuto.
Vedemmo l’aereo tornare alle Canarie sopra le nostre teste mentre stavamo caricando l’auto per tornare a casa e lì avvenne la magia.
Non resistemmo molto tra le sveglie alle sette, la cassetta delle lettere, il clima rigido dell’inverno, le pioggie e l’idea delle radici.
Sono passati sei anni.
Oggi la sveglia è suonata alle otto. Buongiorno da Gran Canaria.

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