La scuola di C

C aveva 9 anni l’anno scorso.
Passando da una quarta elementare di una scuola italiana statale ad un CEIP in Las Palmas ne è uscito con una promozione con svariati 8,9,10 tranne 5 in lengua (il 5 vale il 6 italiano) dopo appena 4 mesi, essendo entrato a metà gennaio.

Tale promozione non solo ci ha reso molto felici (dato che l’incognita scuola rappresentava  la parte più critica nella nostra decisione di trasferirci), ma ha anche conferito al piccolo un’ enorme autostima. Tutto questo grazie anche alla cura, all’attenzione degli insegnanti che considerano gli alunni come individui e non numeri come purtroppo sta avvenendo in Italia, dove un insegnante non ha più i mezzi (e qualche volta la voglia) per interessare gli alunni agli studi.

Qualcuno dirà (ci giurerei): ehhhh… capirai la scuola alle Canarie, tutti promossi e qualità infima.

Dunque, tanto per iniziare qui nella scuola primaria si boccia (cosa assai rara in Italia dove quandol’insegnante boccia, il TAR promuove). Lo scorso anno si è registrato il picco di bocciature. La bocciatura non è una punizione ma è un invito a migliorare e non mandare allo sbaraglio chi ha bisogno di più tempo per apprendere.

Il livello di studio è nettamente diverso da quello a cui eravamo abituati: ci sono tecnologie, gite didattiche, attività creative e continuo riferimento a temi importanti (educazione sociale, rispetto per la natura, robotica, informatica) svolti con lavori di equipe (gruppi di alunni) che hanno fatto in modo che il primo a svegliarsi per andare a scuola al mattino era proprio C.

Qui, come diceva Finardi, la scuola insegna ad imparare.

Nell’ora di musica si fa musica, nell’ora di informatica c’è un PC per ogni alunno, nell’ora di scienze si studiano i vulcani e si fa a vederli, si studia il pomodoro e si va a piantarlo, si studia l’educazione civica e si capisce come questo posto sia privo di delinquenza e spazzatura abbandonata.
Ti cito solo un fatto: nel primo giorno di scuola per C la classe gli ha fatto una festa con tanto di bandiere italiana e spagnola sulla porta dell’aula. era commosso (e noi, dopo il suo racconto, idem).

Aggiungo anche che l’integrazione è talmente trasparente che ne siamo rimasti meravigliati. La lingua non è un ostacolo. Il personale didattico, la direzione fino ad arrivare al personale della mensa ti mettono a tuo agio senza farti sentire emarginato o in difetto a causa del tuo iniziale non potersi esprimere. Siamo piuttosto noi, da buoni italiani che manco conoscevano il vicino di casa, a doverci liberare dai pregiudizi e dalle tare che facevano parte della nostra “cultura del prossimo”.

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